Prêt-à-porter Uomo
Primavera/Estate
“Una collezione rigorosa, coerente. Una scelta di qualità omogenea. Una collezione ricca, completa, che risponde a tutte le necessità del guardaroba con una serie di proposte flessibili, da leggere come la conferma di quella semplicità, elementarità e ricerca che connota la ‘Ferré Uomo’; da rileggere cercando il filo sotterraneo e unificante di alcune suggestioni: marinaio inizio secolo, coloniale, estate in città anni Trenta. Presenze che non si contraddicono, umori che si riconoscono anche se appena accennati perché appartengono alla tradizione dell’eleganza virile”.
Gianfranco Ferré
1989
Definizione di un guardaroba maschile per tipologie, somiglianze, assonanze, conseguenze.
Formale. Tessuti a crêpe; sete naturali opalescenti; gabardine a titoli fini cangianti; lino sostenuto e foderato da abito all’inglese; popeline di cotone e seta.
Disinvolto. Reps di lana e cotone, gabardine di lana e cotone. Mischie corpose di viscosa e lana. Pekary lavorato. Volumi più ampi sia nei pantaloni sia nelle camicie. Giacche soft, quasi destrutturate. Tessuti di peso diverso accostati in monocromia.
Ginnico. Comfort e mancanza di ostentazione, quasi un vago gusto per tutto ciò che è vissuto, recuperato, in un certo senso – tutto interiore e intellettuale – già appartenuto. Cachemire e lambswool uniti a mano, tricot di cotone a patchwork di punti. Argentine in organdis di cotone leggero. Oxford declinato dalla camicia alla giacca ai bermuda. Giacche a vento di lambswool accoppiato al bemberg. Camoscio peso piuma spalmato di gomma, pekary naturale, giuntato con cuciture piatte.
Estratto dalla cartella stampa della collezione
Prêt-à-porter Uomo
Autunno/Inverno
“È un guardaroba canonico, quello che ho preparato. Una serie costante che è arrivata ormai a una classificazione. Perché ho ridefinito il tema della sartorialità attraverso regole fissate nel tempo della tradizione Ferré, ma sono andato oltre, perfezionando il concetto della scioltezza, della destrutturazione. C’è anche un deliberato tocco eccentrico, che rifugge dalle categorie con cui in genere viene definito. Più che snobismo, direi che si tratta di una risistemazione mentale di ciò che da sempre esiste nell’abbigliamento”.
Gianfranco Ferré
1989
Intorno alla tradizione. Gli abiti etichettati “sartorial”: con le proporzioni precise, determinate, e i drop dalla vestibilità accurata che offre il prêt-à-porter. Ma con rifiniture in gran parte manuali e tessuti importanti: cachemire, camel-hair, alpaca. I capi double, secondo quel gusto moderno di mescolare anime diverse: come i misti cachemire, lavati perché siano più sciolti, e i tessuti crêpe, sinonimo di mano leggera e svelta da indossare.
All’origine della linea. Capi morbidi e insieme corposi, senza rigidità alcuna. Recupero del comfort spartano e rustico connaturato agli Harris, ai mélange irregolari, ai mohair garzati. Ma rinvigorito con un certo spirito di uniforme, fatto di flanelle e melton dal fumo all’antracite, di vyelle e Harris grigio. Una sfumatura sull’altra, interpretando quel senso dell’eleganza rilassata tipico degli inglesi che hanno viaggiato molto.
Mescolando note impreviste. Allusioni all’Anatolia e ai tappeti persiani nel tricot fuso e mescolato; nel patchwork dai toni rugginosi, come vecchi bauli, kilim arrotolati da generazioni, rilegature antiche di libri. Rigore nostalgico delle camicie da sera di voile. O di crêpe di seta davanti e cotone sulla schiena. O di crêpe de chine plissettato, sostenuto (dietro) dalla vyella.
Estratto dalla cartella stampa della collezione